LA REGOLA DI SAN BASILIO


Le prime Regole scritte che appaiono date per il governo dell’Ordine che la storia ci documenta sono quelle dettate dal Vescovo San Basilio , Regole approvate nel 456 dal Papa San Leone I Magno, con la celebre lettera inviata all’Imperatore Marciano. Questa lettera, di cui una copia e' custodita presso l’Archivio Storico di Napoli, cosi' esordisce: «Leone Vescovo a Marciano Imperatore. Non ammiro mai abbastanza la vostra devozione e il vostro amore verso coloro che professano la fede cattolica, o gloriosissimo Imperatore. Percio' e' con immensa letizia che ho ricevuto la lettera vostra e del valoroso Principe Alessio Angelo, con la quale chiedete che io apponga l’autorita' apostolica alla Regola del Vescovo Basilio di Cesarea di santissima vita, Regola che egli prescrisse ai fratelli soldati costantiniani, i quali portano lo stemma di una croce rossa, come segno di conferma da parte vostra e da parte dello stesso Principe Alessio, suprema guida di questi fratelli»  .
Si tratta del Principe Alessio Angelo che sarebbe, secondo la tradizione, il primo Gran Maestro della famiglia Comneno nominato con editto dell’Imperatore Leone I (457-474) . Pertanto la regola del Vescovo Basilio puo' dunque essere considerata il primo Statuto dell’Ordine Costantiniano.

San Basilio di Cesarea
Padre della Chiesa, monaco e pastore
Si ricorda il 2 gennaio

 
San Basilio di Cesarea, il grande Padre della Chiesa, del gruppo dei Padri cosiddetti Cappadoci [1], ci e' particolarmente caro per molti motivi. E’ un Vescovo che viene dal monachesimo, a cui si devono le prime Regole vere e proprie della vita fraterna in comunita'. La sua sensibilita' e sapienza pastorale provengono dalla profonda esperienza spirituale, di cui e' un indiscusso maestro sia in Oriente che in Occidente.

San Basilio, come teologo e pastore, e' una fonte di ispirazione per la missione pastorale della Chiesa, perche' proprio a lui e' attribuita l’espressione che unisce il termine cura a quello di anima. Infatti: "L’espressione congiunta «cura dell’anima» si afferma, come concetto, negli scritti di Basilio e tutto indica che essa nasce dall’attivita' e dalla riflessione di questo vescovo, si deve a lui la sua nascita [2]. Egli avvicina la cura dell’anima all’ufficio episcopale in relazione ai fedeli. Le espressioni «cura dell’anima» e «cura d’anime» si riferiscono per lui, anche all’attivita' di alcuni fratelli nelle comunita' religiose che si dedicano alla «cura d’anime» [3].

Inoltre san Gregorio Nazianzeno, che stabili' con Basilio una relazione spirituale di profonda amicizia, nei suoi scritti, ha reso ufficiale l’espressione "cura d’anime" legata all’ufficio episcopale: "Gregorio Nazianzeno utilizza l’espressione come legata all’ufficio episcopale ed aiuta cosi' a «rendere ufficiale» l’espressione «cura d’anime» [4]. Senza tralasciare la necessita' di altri studi, sembra che in questi autori, almeno nella lingua greca, la «cura d’anime» venga intesa come ufficio episcopale" [5].

Alberione, in Abundantes Divitiae racconta che da giovane sacerdote, si dedico' a una piu' profonda conoscenza di santi Padri e Fondatori, a partire da San Basilio: "In quel periodo prese piu' intima conoscenza di San Basilio, San Benedetto, …" [6].
 
 

 Basilio nacque a Cesarea di Cappadocia verso il 330, da una famiglia di profonda tradizione cristiana, una vera e propria famiglia di santi e di testimoni della fede: per prima la nonna Macrina [7], poi la sorella Macrina la giovane, il fratello Gregorio divenuto vescovo di Nissa, un altro fratello, Pietro, che fu vescovo di Sebaste.

Basilio studio' a Cesarea, Costantinopoli e Atene, dove incontro' poeti e filosofi, storici e retori. Alla fine degli studi nel 355, fece un lungo viaggio per conoscere la vita monastica in Siria, Palestina, Egitto e Mesopotamia.

Insoddisfatto dei suoi successi mondani, e accortosi di aver sciupato molto tempo nelle vanita', egli stesso confessa: «Un giorno, come svegliandomi da un sonno profondo, mi rivolsi alla mirabile luce della verita' del Vangelo..., e piansi sulla mia miserabile vita» (cfr Ep. 223,2). Attirato da Cristo, comincio' a guardare verso di Lui e ad ascoltare Lui solo (cfr Regole morali 80,1).
  
Ricevuto il Battesimo, Basilio si senti' chiamato a un radicalismo evangelico che emerge in ogni pagina dei suoi scritti. Si ritiro' nella solitudine di Annesi, dove fu raggiunto poco dopo da Gregorio di Nazianzo e da altri discepoli. Con determinazione si dedico' alla vita monastica nella preghiera, nella meditazione delle Sacre Scritture e degli scritti dei Padri della Chiesa, specialmente di Origene, unendo allo studio il lavoro manuale e l’esercizio della carita' (cfr Epp. 2 e 22), seguendo anche l’esempio della sorella, santa Macrina, che gia' viveva nell’ascetismo monastico.

Fu ordinato sacerdote, e istruito da Dio attraverso la via maestra delle Scritture, Basilio raduno' intorno a se' un numero sempre maggiore di compagni animati dal suo stesso e unico desiderio: adempiere il comandamento nuovo dell’amore. I giovani che si presentavano al suo monastero per seguire la vita monastica, chiedevano di farne parte dicendo: "Sono venuto per la carita'". Nel 370, fu eletto Vescovo di Cesarea di Cappadocia, nell’attuale Turchia.

Come pastore spese tutte le sue forze per porsi al servizio della Parola di Dio, che spezzava al popolo affidato alle sue cure pastorali, opponendosi a tutti coloro che offrivano interpretazioni riduttive dell’Evangelo e promuovendo l’esercizio della carita' soprattutto nei confronti dei deboli e dei poveri.

Benedetto XVI, nelle sue catechesi del mercoledi' ne ha tracciato un ritratto affascinante:

"Mediante la predicazione e gli scritti svolse un’intensa attivita' pastorale, teologica e letteraria. Con saggio equilibrio seppe unire insieme il servizio alle anime e la dedizione alla preghiera e alla meditazione nella solitudine. Avvalendosi della sua personale esperienza, favori' la fondazione di molte «fraternita'» o comunita' di cristiani consacrati a Dio, che visitava frequentemente (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,29 in lode di Basilio). Con gli scritti, molti dei quali sono giunti fino a noi, li esortava a vivere e a progredire nella perfezione (cfr Regole brevi, Proemio). Alle sue opere hanno attinto anche vari legislatori del monachesimo antico, tra cui san Benedetto, che considerava Basilio come il suo maestro (cfr Regola 73,5).

In realta', san Basilio ha creato un monachesimo molto particolare: non chiuso alla comunita' della Chiesa locale, ma ad essa aperto. I suoi monaci facevano parte della Chiesa locale, ne erano il nucleo animatore che, precedendo gli altri fedeli nella sequela di Cristo e non solo nella fede, mostrava la ferma adesione a Lui – l’amore per Lui – soprattutto in opere di carita'. Questi monaci, che avevano scuole ed ospedali, erano al servizio dei poveri ed hanno cosi' mostrato la vita cristiana nella sua completezza. (…)

Come Vescovo e Pastore della sua vasta Diocesi, Basilio si preoccupo' costantemente delle difficili condizioni materiali in cui vivevano i fedeli; denuncio' con fermezza i mali; si impegno' a favore dei piu' poveri ed emarginati; intervenne anche presso i governanti per alleviare le sofferenze della popolazione, soprattutto in momenti di calamita'; vigilo' per la liberta' della Chiesa, contrapponendosi anche ai potenti per difendere il diritto di professare la vera fede (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,48-51). A Dio, che e' amore e carita', Basilio rese una valida testimonianza con la costruzione di vari ospizi per i bisognosi (cfr Basilio, Ep. 94), quasi una citta' della misericordia, che da lui prese il nome di Basiliade (cfr Sozomeno, Storia Ecclesiastica, 6,34). Essa sta alle origini delle moderne istituzioni ospedaliere di ricovero e cura dei malati.

Consapevole che «la liturgia e' il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa, e insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtu'» (Sacrosanctum Concilium, 10), Basilio, pur preoccupato di realizzare la carita' che e' il contrassegno della fede, fu anche un sapiente «riformatore liturgico» (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,34). Ci ha lasciato infatti una grande preghiera eucaristica [o anafora] che da lui prende nome, e ha dato un ordinamento fondamentale alla preghiera e alla salmodia: per suo impulso il popolo amo' e conobbe i Salmi, e si recava a pregarli anche nella notte (cfr Basilio, Omelie sui Salmi 1,1-2). E cosi' vediamo come liturgia, adorazione, preghiera vadano insieme con la carita', si condizionino reciprocamente.

Con zelo e coraggio Basilio seppe opporsi agli eretici, i quali negavano che Gesu' Cristo fosse Dio come il Padre (cfr Basilio, Ep. 9,3; Ep. 52,1-3; Contro Eunomio1,20). Similmente, contro coloro che non accettavano la divinita' dello Spirito Santo, egli sostenne che anche lo Spirito e' Dio, e «deve essere con il Padre e il Figlio connumerato e conglorificato» (cfr Lo Spirito Santo). Per questo Basilio e' uno dei grandi Padri che hanno formulato la dottrina sulla Trinita': l'unico Dio, proprio perche' e' Amore, e' un Dio in tre Persone, le quali formano l'unita' piu' profonda che esista, l'unita' divina.

Nel suo amore per Cristo e per il suo Vangelo, il grande Cappadoce si impegno' anche a ricomporre le divisioni all’interno della Chiesa (cfr Epp. 70 e 243), adoperandosi perche' tutti si convertissero a Cristo e alla sua Parola (cfr Il giudizio 4), forza unificante, alla quale tutti i credenti devono ubbidire (cfr ibid., 1-3)" [8].

Basilio, non ancora cinquantenne, consumato dalle fatiche e dall’ascesi, mori' il 1° gennaio del 379, alle soglie del Concilio di Costantinopoli, che aveva sapientemente contribuito a preparare servendo l’unita' e la comunione nella Chiesa e tra le Chiese e contribuendo in modo decisivo, insieme agli altri grandi padri della Cappadocia all’elaborazione della teologia sullo Spirito santo e sulla Trinita', che e' alla base del simbolo di fede comune a tutte le Chiese cristiane.

Nell’insegnamento di san Basilio ci sono molte note di perenne attualita', ma vogliamo sottolineare quella che riguarda i giovani e che Benedetto XVI ha messo bene in luce nella sua catechesi del mercoledi':

"Infine, Basilio si interesso' naturalmente anche di quella porzione eletta del popolo di Dio che sono i giovani, il futuro della societa'. A loro indirizzo' un Discorso sul modo di trarre profitto dalla cultura pagana del tempo. Con molto equilibrio e apertura, egli riconosce che nella letteratura classica, greca e latina, si trovano esempi di vita retta. Questi esempi possono essere utili per il giovane cristiano alla ricerca della verita', del retto modo di vivere (cfr Discorso ai giovani 3). Pertanto bisogna prendere dai testi degli autori classici quanto e' conveniente e conforme alla verita': cosi' con atteggiamento critico e aperto – si tratta infatti di un vero e proprio «discernimento» – i giovani crescono nella liberta'. Con la celebre immagine delle api, che colgono dai fiori solo cio' che serve per il miele, Basilio raccomanda: «Come le api sanno trarre dai fiori il miele, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, cosi' anche da questi scritti …si puo' ricavare qualche giovamento per lo spirito. Dobbiamo utilizzare quei libri seguendo in tutto l’esempio delle api. Esse non vanno indistintamente su tutti i fiori, e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali si posano, ma ne traggono solo quanto serve alla lavorazione del miele, e tralasciano il resto. E noi, se siamo saggi, prenderemo da quegli scritti quanto si adatta a noi, ed e' conforme alla verita', e lasceremo andare il resto» (Disc. ai giovani 4). Basilio, soprattutto, raccomanda ai giovani di crescere nelle virtu': «Mentre gli altri beni … passano da questo a quello come nel gioco dei dadi, soltanto la virtu' e' un bene inalienabile e rimane durante la vita e dopo la morte» (Disc. ai giovani 5)" [9].

Infine non si puo' dimenticare il grande elogio dell’amicizia cristiana che Gregorio Nazianzeno fa a riguardo di Basilio: "Eravamo ad Atene, partiti dalla stessa patria, divisi, come il corso di un fiume, in diverse regioni per brama d'imparare, e di nuovo insieme, come per un accordo, ma in realta' per disposizione divina. Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serieta' dei suoi costumi e per la maturita' e saggezza dei suoi discorsi, ma inducevo a fare altrettanto anche altri che ancora non lo conoscevano. Molti pero' gia' lo stimavano grandemente, avendolo ben conosciuto e ascoltato in precedenza.

Che cosa ne seguiva? Che quasi lui solo, fra tutti coloro che per studio arrivavano ad Atene, era considerato fuori dell'ordine comune, avendo raggiunto una stima che lo metteva ben al di sopra dei semplici discepoli. Questo l'inizio della nostra amicizia; di qui l'incentivo al nostro stretto rapporto; cosi' ci sentimmo presi da mutuo affetto.

Quando, con il passare del tempo, ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l'amore della sapienza era cio' che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l'uno per l'altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno piu' fervidamente e intimamente il nostro comune ideale.

Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d'invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l'emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all'altro di esserlo. Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto e' in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perche' realmente l'uno era nell'altro e con l'altro.

L’occupazione e la brama unica per ambedue era la virtu', e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora di essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perche' indirizzavamo la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda nell’amore della virtu'. E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male.

E mentre altri ricevono i loro titoli dai genitori, o se li procurano essi stessi dalle attivita' e imprese della loro vita, per noi invece era grande realta' e grande onore essere e chiamarci cristiani" [10] [11].

Note

[1] Di questo gruppo di Padri ricordiamo san Gregorio Nazianzeno, amico carissimo di Basilio e san Gregorio di Nissa, fratello di Basilio.

[2] Cf. BONHOEFFER, T., Zur Entstehung des Begriffs Seelsorge, in Archiv für Begriffsgeschichte, vol. XXXIII, Bonn, Bouvier Verlag, 1990, p. 14.

[3] Attivita' che passera' poi a tutto il cristianesimo nella figura del direttore spirituale. Cf Tesi di sr Suzimara Barbosa de Almeida, sjbp, "La cura d’anime come espressione specifica della missione delle Suore di Gesu' buon pastore nel pensiero di Giacomo Alberione", Corso di Formazione sul carisma della Famiglia Paolina, Roma, 2004, p 12, della traduzione italiana, Pro manuscriptum.

[4] Cf. MÜLLER, P., Seelsorge, in Lexikon für Theologie und Kirche, IX, a cura di Walter Kasper, Herder Freiburg, 2000, p. 385.

[5] Suzimara Barbosa de Almeida, op. cit. p.12.

[6] Cf G. Alberione: "Abundantes divitiae gratiae suae", 39.

[7] Santa Macrina senior apparteneva a una ricca stirpe di credenti ed era stata discepola di Gregorio il Taumaturgo. Privata di tutti i beni a causa della persecuzione dell’imperatore Massimino Daia, che aveva annesso all’impero l’Asia Minore, fu costretta a fuggire, insieme al marito e ad alcuni servi sulle montagne della regione. Alla morte dell’imperatore fu possibile il ritorno a casa. Il figlio di Macrina, Basilio il vecchio divento' un famoso retore a Neocesarea. Dal suo matrimonio con Emmelia, appartenente anch’essa a una famiglia di cristiani perseguitati,  nacquero numerosi figli tra cui Basilio, Macrina junior, Gregorio, Pietro ed altri meno famosi.

[8] Benedetto XVI, Catechesi del mercoledi' sui Padri della Chiesa, Aula Paolo VI, 4 luglio 2007.

[9] Benedetto XVI, Catechesi del mercoledi', 1 agosto 2007.

[10] San Gregorio Nazianzeno, Discorso 43, 15. 16-17. 19-21; Patrologia Greca 36, 514-523.

[11] A cura di sr Giuseppina Alberghina sjbp


La Persona e l'Opera



L’attenzione alla figura di S. Basilio e' giustificata da diversi fattori: la consistente presenza dei Basiliani in terra salentina, il notevole contributo apportato da S. Basilio alla definizione dei rapporti tra Cristianesimo e cultura classica, il modello di amicizia che scaturisce dai suoi rapporti epistolari con Gregorio di Nazianzo ed in fine la sua "sensibilita' sociale", da cui prende l’avvio la Dottrina Sociale della Chiesa.

Siamo nel periodo dell’Editto di Costantino (313) e del Concilio di Nicea (325), in seguito a cui il Cristianesimo, libero dalle persecuzioni, ha la possibilita' di "respirare" a pieni polmoni e gli intellettuali cristiani, non piu' costretti a difendersi, assumono gli strumenti della cultura pagana per approfondire le ragioni della loro Dottrina.  Da studiosi attenti e profondi essi acquistano gli statuti della Retorica e della Filosofia classiche e se ne servono con agilita' e disinvoltura operando la sintesi tra tradizione classica e pensiero cristiano.

Tali furono i tre Padri detti Cappadoci, Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, nati nella Cappadocia, una regione interna dell’Asia Minore cristianizzata.

Basilio e suo fratello minore Gregorio di Nissa erano di famiglia ricchissima, discendente da Gregorio Taumaturgo, che aveva introdotto il Cristianesimo in quella regione. Basilio era legato da profondi vincoli di amicizia con Gregorio di Nazianzo.

Tutti e tre furono vescovi, ma solo Basilio dette un’impronta notevole al suo ministero, non solo in ragione della sua precedente esperienza ascetica e monastica, ma anche e soprattutto per l’energia con cui si impegno' a combattere l’eresia ariana e per le opere di carita' che intraprese, tra cui la fondazione di una citta' dei poveri e dei diseredati, una sorta di ospizio non privo di attrezzature mediche, cui dette il nome di Basiliade.

La produzione letteraria di S. Basilio e' vastissima.

Tra le opere ascetiche ha citato i Moralia e  le Regole; in esse si fissano le norme della vita monastica, basata su lavoro e preghiera, ma non come imposte e piovute dall’alto, si' bene come risultato di un colloquio coi suoi monaci, fatto di domande e risposte a margine della lettura delle Sacre Scritture: donde il loro valore esegetico di ricerca della verita'.

Le Omelie sono delle vere e proprie "orazioni" nel senso classico della parola, ma si impongono anch’esse per il loro valore esegetico di spiegazione ed interpretazione delle Scritture: notevoli le Omelie sull’Esamerone (i 6 giorni della Creazione) e quelle sui Salmi, interessanti soprattutto per la tematica sociale.

A parte stanno le opere "teoretiche", cioe' speculative, Contro Eunomio, con cui il Padre della Chiesa confuta le teorie ariane di Eunomio, e De Spiritu Sancto, in cui si dimostra un finissimo  teologo difendendo il dogma della Trinita'.

Oltre il ricchissimo epistolario S. Basilio ha lasciato uno scritto particolare, il Discorso ai giovani sul modo di trarre profitto dalle letture pagane, utile per capire la consapevolezza che i Padri della Chiesa ebbero di essere degli intermediari tra la cultura pagana e quella cristiana, ma soprattutto il valore "paideutico", cioe' di formazione dei giovani, che essi davano alla letteratura, in  perfetta sintonia con la migliore tradizione retorica latina e greca (ricorso alle figure retoriche), l’aderenza alle Sacre Scritture (insistente e puntuale  citazione dei passi biblici) e soprattutto la maturazione di un Cristianesimo che si riconosce nell’Amore "siamo nati per amare" e nell’anelito alla pace "nulla infatti e' proprio del cristiano quanto lavorare alla pace".

La Predicazione
Cultura classica, esegesi biblica, impegno pastorale

Uno degli strumenti della precettistica cristiana, utilizzato fin dalle origini nella pratica di fede, fu l’Omelia.

La parola, di origine greca, significa "conversazione" e si richiama  ai primitivi incontri dei fedeli nelle assemblee liturgiche, durante le quali il sacerdote si assumeva il compito di istruire, educare gli adepti ai contenuti della dottrina cristiana, commentando i testi sacri, in una maniera elementare ed adatta ad un pubblico generalmente poco colto.

Questo strumento, alle origini di semplice indottrinamento, doveva nel tempo paludarsi di una patina letteraria, fino a diventare la prima espressione della Retorica in ambito cristiano. E cio' grazie all’apporto di dottrina e di cultura da parte dell’Apologetica e della Patristica cristiane, imbevute di studi filosofici e retorici classici.

I Padri della Chiesa non si sottrassero a questo tipo di accostamento alla tematica religiosa nei rapporti coi fedeli ed accanto alle forme piu' dottrinali dell’indagine teologica, come la trattatistica sui temi fondamentali della teologia cristiana e l’esegesi critica dei testi in ragione anche della confutazione delle posizioni eretiche, curarono l’Omiletica, cioe' il rapporto diretto col loro pubblico, sotto forma appunto di prediche e conversazioni. In questo settore anzi sortirono un successo piu' immediato e sicuro in termini di rinforzo e di conferma del credo cristiano: non si dimentichi che gran parte di loro furono vescovi con una forte connotazione pastorale. L’essere stati poi uomini di cultura consenti' loro di rivedere le proprie Omelie in chiave letteraria, di raccoglierle in base agli argomenti trattati e di pubblicarle.

S. Basilio utilizzo' l’Omelia non in forma banale, come semplice intrattenimento su temi sia pure importanti della Religione cristiana, ma in maniera dotta, partendo da un riferimento biblico preciso e documentato e intessendo le sequenze del suo ragionamento con citazioni dell’Antico e del Nuovo testamento, senza tuttavia pesare sul suo uditorio, ma attirandolo con un linguaggio semplice, con garbo e senza superare i limiti dell’attenzione e le possibilita' della partecipazione. Il Vescovo sapeva di parlare a gente umile, che aveva lasciato la casa ed anche il lavoro per ascoltarlo e che spesso era dibattuto ed angosciato da problemi esistenziali.

Ma mentre l’esegesi biblica appare evidente ed e' in realta' il fine cui tende la predicazione con l’obiettivo di formare ai temi trattati le anime degli ascoltatori (vedi soprattutto le omelie sulla Creazione e quelle sui Salmi), e' il sostrato di cultura classica su cui esse si fondano, che va notato

Cosi' in Hom. mor. 3, dove l’esordio e' "Rifletti su te stesso", chiaramente desunto dai precetti della morale delfica "Conosci te stesso" e "Nulla di troppo", ma per arrivare a conclusioni di grande elevazione morale. "Se sarai memore della tua natura non ti inorgoglirai", perche' la condizione umana e' di precarieta' e di instabilita'. Tuttavia l’uomo non deve deprimersi oltre misura, pensando a chi somiglia: "Innanzi tutto sei uomo, il solo degli esseri viventi plasmato da Dio…Hai ricevuto un’anima dotata di facolta' intellettiva, grazie alla quale comprendi Dio…Tutti gli animali terrestri, domestici e selvatici, tutti quelli che vivono nell’acqua e quanti volano nell’aria sono al tuo servizio…Non sei capace di solcare gli oceani grazie alla ragione?…Hai il sole…la luna…hai i piedi…hai la terra, piu' pregevole di molto avorio; hai dolce riposo su di essa e sonno veloce e libero da preoccupazioni. Non giaci sotto un tetto d’oro, ma hai il cielo rilucente dell’indicibile bellezza delle stelle. Questi beni sono umani, ma ne hai di maggiori….l’incarnazione di Dio, la distribuzione dello Spirito Santo, la distruzione della morte, la speranza della resurrezione… il regno dei cieli pronto…Non lasciare dunque che l’intelletto assoggettato diventi schiavo delle passioni".

Si parte si' da una visione antropocentrica di matrice classica, ma per arrivare all’universalita' dell’atto di creazione divina, dove tutto il creato e' in armonia delle parti. Cosi' ancora in Hom. mor. 12, tutta incentrata sulla metafora della nave, immagine della vita, e sulla metafora del nocchiero, immagine dell’uomo prudente ed attento, su cui tanta letteratura greca e latina aveva espresso pensieri profondi e di sublime poesia (Alceo, Orazio). "L’uomo prudente otterra' la guida della nave (Prov. 1, 5)…Come dunque e' impossibile che il mare rimanga lo stesso a lungo (ora lo vedi piatto e fermo e poco dopo agitato dalla violenza dei venti, e peraltro una profonda bonaccia subito appiana quello rabbioso e squassato dalle onde), cosi' anche i casi della vita facilmente sono sottoposti a rivolgimenti. Percio' c’e' bisogno di un nocchiero, affinche' anche quando c’e' bonaccia e tutto procede secondo corrente, sia pronto ad accogliere i cambiamenti e non si adagi sulla situazione presente come se dovesse durare sempre, e non perda ogni speranza nelle circostanze piu' tristi, e inghiottito dall’afflizione piu' grande non sia portato sott’acqua. Perche' ne' la salute del corpo, ne' il fiore della giovinezza, ne' la prosperita' della casa, ne' tutte le altre situazioni felici della vita possono durare a lungo…non sempre il vento sta a poppa…" Il riferimento immediato e' alla figura del "sapiens" stoico, che conserva di fronte ai marosi della vita la sua "indifferenza", ma S. Basilio va oltre; pur consigliando di non inorgoglirsi nelle prosperita' e di non abbattersi nelle disgrazie, vuole, sul modello dell’auriga di Platone, che si tengano a freno le passioni, che si cavalchino i marosi scatenati dai desideri della carne.

Non meno interessante nell’Omiletica basiliana e' intanto la dimensione pastorale, dove il Vescovo manifesta la sua paterna attenzione alla vicende umane ed esistenziali dei suoi figli spirituali, come in Hom. mor. 8, in cui mostra tutta la sua afflizione per le condizioni di miseria in cui versava la gente a causa della siccita': "I contadini, sedendo nei campi e intrecciando le mani sotto le ginocchia (questo e' l’atteggiamento di coloro che si dolgono) piangono le loro vane fatiche; guardano i loro piccoli figli e gemono, tengono gli occhi sulle donne e si lamentano, palpano e tastano le erbe secche delle messi, scoppiano in grandi gemiti come padri che hanno perduto i figli nel fiore dell’eta'." In cui pure, con grande espressione di umanita',  riesce a disincantare il momento di difficolta', spostando l’attenzione sull’innocenza dei bambini presenti alla predica: "Questi bambini piccolissimi che, dopo avere deposto le tavolette a scuola, vociferando insieme a noi, partecipano alla liturgia come se fosse una ricreazione e un divertimento, facendo della nostra afflizione una festa perche' sono liberati per un po’ dalla molestia del maestro e dal pensiero degli studi".

Un monachesimo contemplativo ed attivo
L’ Ascesi basiliana

Ripercorrendo l’intensa biografia del Dottore della Chiesa balza subito all’attenzione come la scelta della vita monastica avvenne quasi subito, a ridosso della sua formazione culturale, pregna di studi retorici compiuti ad Atene e sempre circondato e nutrito dall’atmosfera di sincera religiosita' che spirava, gia' dalla generazione precedente, nella sua famiglia, consolidata e resa forte dal sodalizio propositivo con l’amico Gregorio di Nazianzo e il fratello Gregorio di Nissa, paradigma eloquente della "filia"cristiana.

Un ambiente di alta aristocrazia intellettuale quello cappadoce, fatto di profonde conoscenze testamentarie costruite sulla base di una solida cultura classica e sostenuto dalle strutture socio-economiche patrimoniali messe tutte a disposizione dei poveri.

E’ Gregorio di Nazianzo che, a poca distanza dalla morte dell’amico, ci informa sulla gestazione e sulla nascita del "cenobio" basiliano, sin dal ritiro del Santo nella sua proprieta' di Annisi, in prossimita' del Mar Nero, in cerca di una solitudine che lo mettesse piu' in relazione con Dio, "…libero dalla frequentazione degli uomini, affinche' nessun estraneo interrompa la continuita' dell’ascesi…", immerso in una "quiete" in cui "lingua", "occhi", "udito" fossero completamente immersi nei Misteri delle Sacre Scritture, fino al sostanziale mutamento di rotta, che doveva convincerlo che una vita comunitaria (cenobio) avrebbe favorito l’ascesi piu' dell’eremo..

Nella vita comunitaria la ricerca di Dio non e' fatta solo di meditazione solitaria, ma di dialogo, di esegesi biblica e di lavoro.

Ecco quindi l’idea delle "Regulae", le Regole, quelle "ampie", fatte di argomentazioni approfondite ed articolate, e quelle "brevi", fatte di risposte immediate ad uso pratico, tutte basate sul modello di risposta a domande di chiarimento (eretopocriseis), una sorta di enciclopedia biblica consultabile ed  utile alla formazione morale e teologica dei cenobiti.

Nel prologo "De fide" (Sulla fede) S. Basilio spiega le ragioni delle Regole: dare un compendio sintetico del contenuto almeno del Nuovo Testamento, con la citazione dei passi presi in considerazione, in modo da consentire a chi volesse di operare ricerche e approfondimenti per conto suo, oltre che sul Nuovo, anche sull’Antico Testamento: "Dai al saggio un’occasione e diventera' piu' saggio"(Prov. 9, 9): a quanto pare, ragione eloquente di un metodo di ricerca esegetica quanto mai proficuo e stimolante!

Ascesi significa "esercizio" (dello spirito) ai fini della "ricerca" della perfezione morale; all’ascesi segue una "metanoia", un pentimento, che e' fonte di conversione: a questo tende il dialogo fraterno durato nei ritiri notturni dei "cenobiti" basiliani, dopo i tempi delle "lodi": questo il messaggio di vita cristiana lasciato da S. Basilio alle generazioni future; e S. Benedetto ne colse il senso piu' profondo.

Espressione concreta di questo modo di sentire e di fare fu, come e' noto, la fondazione di "Basiliade", la citta' dei poveri, dove il criterio della fraternita' fu applicato in un impegno continuo, giornaliero di lavoro, di preghiera e di rinuncia a tutto: "…la parola del Signore ci mostra come sia per noi impossibile accostarci ad esso se prima non abbandoniamo, in un solo atto, cio' che ci appartiene: e ricchezze e gloria e parentela e qualsiasi altra cosa che sia oggetto di desiderio e ricerca da parte dei piu'…La rinuncia…e' principio della nostra assimilazione a Cristo, che, essendo ricco, per noi si fece povero…"

Ma anche il "vivere insieme" abbisogna di qualche regola: non basta vivere insieme, ma bisogna mettere anche a frutto i propri doni: "Iddio Creatore ha stabilito che noi si debba essere utili a vicenda…Nella convivenza con molti altri si fruisce del proprio dono, lo si moltiplica col farne parte e si gode del frutto dei doni altrui come del proprio…La vita solitaria, invece, e' accompagnata da pericoli…Il primo e piu' grande e' quello dell’autocompiacimento. Poiche' se uno non ha chi possa valutare la sua opera, credera' di essere giunto alla perfezione…Inoltre, tenendo sempre racchiuse, senza esercitarle, le proprie attitudini, non conosce i suoi difetti, ne' si accorge del progresso fatto nelle opere…"

Giustamente nella fondazione di  Basiliade Gregorio Nazianzeno vedeva un’opera piu' meravigliosa di Tebe dalle sette porte, di Tebe d’Egitto, delle mura di Babilonia, della tomba di Mausolo in Caria, delle Piramidi, del bronzo di Colosso, tutte costruzioni "Passate alla storia e delle quale nessuna ha arrecato guadagno ai propri costruttori, tranne un po’ di gloria".

La Cultura e la Virtu'
"Ad iuvenes"

L’ "Ad iuvenes" (Ai giovani) e' un opuscoletto pervenutoci nella sua veste letteraria, ma che, a quanto e' possibile congetturare, e' di derivazione omiletica. Una veste letteraria resa ancora piu' preziosa dalla traduzione in elegante italiano dall’ umanista Leonardo Bruni. "Ad iuvenes" e' il titolo della traduzione latina del testo che S. Basilio produsse in greco.

S. Basilio interpreta il  momento del passaggio dalla cultura  pagana a quella cristiana, uno dei piu' complessi fenomeni della storia della cultura, che, come dimostra lo studio dei Padri della Chiesa, si configura non come soluzione di continuita', ne' come innesto forzato e innaturale, ma in termini di prosecuzione e continuita', assimilazione e simbiosi.

Il Vescovo di Cesarea e' una stella di prima grandezza nel firmamento della chiesa per la sua conoscenza ricca e profonda degli autori classici, per la sua lineare esperienza ecclesiale e per l’esempio concreto di vita cristiana. Una "autorita'", come riconosce Leonardo Bruni nella lettera dedicatoria a Coluccio Salutati della traduzione dell’ "Ad iuvenes", sul piano della cultura tout court:  "…autorita' che e' presso i Greci tanta che, sia per austerita' di vita, sia per castita' di costumi sia inoltre per frequentazione assidua di nobilissime arti e sapienza di sacre lettere, egli e' ritenuto primeggiare fra quasi tutti gli altri".

Il mondo classico e la cultura cristiana si incontrarono sulla via della ricerca della virtu' nel contrasto tra virtu' e vizio, tra bene e male, di cui nella tradizione classica l’esempio piu' eclatante e' quello di Eracle al bivio. S. Basilio nell’esortazione ai giovani invita a porsi criticamente di fronte alla scelta tra il bene e il male, attingendo agli autori, che hanno disputato sulla tematica etico-esistenziale: non importa se essi siano pagani. Il criterio di lettura deve essere finalizzato alla scelta del bene, di cui e' ricca la tradizione letteraria e di cui largo uso si faceva gia' nelle scuole pubbliche del tempo ai fini della formazione dei cittadini.

La vita celeste supera quella terrena e ad essa ci avviano le Sacre Scritture, ma da giovani non e' possibile comprendere il "senso profondo" di esse. Ecco allora l’invito di S. Basilio ai giovani di esercitarsi su "altri libri non del tutto diversi": "…dobbiamo renderci familiari poeti, storici, retori e tutti quelli dei quali si possa ricavare qualche utilita' per la cura delle nostre anime…Se si vuole che l’idea del bene resti in noi indelebile, dopo esserci dedicati a questi studi profani, capiremo anche i Misteri delle Sacre Scritture".

Grande il significato pedagogico dell’ "Ad iuvenes" anche per la metodologia di approccio ai testi classici offerta dal Santo con la rivalutazione dell’importanza dell’erudizione e della dottrina, da non vedersi fini a se stesse, ma proiettate verso una dimensione universale del sapere, finalizzato alla formazione, ovviamente cristiana, dell’uomo: "Perche' e' necessario che mediante la virtu' noi accediamo alla vita che e' nostra, e d’altra parte proprio alla virtu' hanno cantato molte lodi i poeti, molte i prosatori, e ancora piu' i filosofi… E’ vantaggio non da poco che una certa familiarita' e consuetudine alla virtu' nasca nell’animo dei giovani, giacche' proprio tali insegnamenti restano indelebili per natura, imprimendosi in profondita' nelle loro tenere anime. E a quale scopo dobbiamo pensare che Esiodo componesse quei versi che tutti cantano, se non per esortare i giovani alla virtu'?: ‘Aspra all’inizio e difficile da percorrere, e piena di sudore copioso e di fatica, e in salita la strada che porta alla virtu'’. Percio' non tutti sono in grado di imboccarla per la sua ripidezza, ne' di arrivare facilmente alla vetta dopo averla imboccata. Ma a chi riesce ad arrivare e' dato di vedere dall’alto come essa sia piana e bella, come sia facile e di agevole percorso, e piu' piacevole dell’altra che conduce al vizio e che - come dice lo stesso poeta - e' di comodo accesso li' vicino…E naturalmente, se anche qualcun altro canto' lodi della virtu' simili a queste, accogliamone i discorsi come quelli che ci conducono allo stesso fine"

Prologo delle "REGOLE DIFFUSE"
DI S. BASILIO DI CESAREA



1. Per grazia di Dio ci siamo riuniti insieme, nel nome del Signore Gesu' Cristo, noi che ci siamo proposti un unico e medesimo fine, la vita vissuta nella pieta'. Chiaramente, voi bramate ricevere qualche insegnamento che conduca alla salvezza; a me, invece, incombe l’obbligo di proclamare i precetti di Dio (1), poiche' notte e giorno ricordo che l’Apostolo dice: "Per tre anni non ho smesso di ammonire notte e giorno, tra le lacrime, ciascuno di voi" (2).

2. Questo, d’altra parte, e' per noi un tempo molto favorevole, come pure lo e' questo luogo, che ci offre ogni tranquillita' e piena liberta' dai fastidi che provengono dall'esterno. Preghiamo, percio', tutti insieme, cosi' che io possa dare al momento opportuno la misura di cibo (3) a voi, miei compagni di servizio, e voi, a vostra volta, possiate accogliere la parola come la terra buona, e produrre il frutto della giustizia perfetto e moltiplicato, come e' scritto  (4).

3. Vi prego dunque, per l'amore del Signore nostro Gesu' Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati (5): preoccupiamoci una buona volta della cura della nostra anima; rattristiamoci per la vanita' della vita passata; impegniamoci nella lotta per i beni futuri, a gloria di Dio, del suo Cristo e del suo Santo Spirito degno di ogni adorazione.

4. Non restiamo fermi in questa indolenza e fiacchezza, perche' non accada che, gettando sempre via il tempo presente per indolenza e rimandando al domani, e anche oltre, l'inizio dell'impegno attivo nelle opere, veniamo poi sorpresi sprovvisti di opere buone da Colui che ci chiedera' indietro la nostra anima (6), e cosi' siamo gettati fuori dalla festa di nozze (7) e ci troviamo a dover piangere troppo tardi e inutilmente, lamentando il tempo della vita sprecato malamente, proprio quando non sara' piu' concesso alcuno spazio al pentimento.

5. "Adesso e' il momento favorevole - dice l’Apostolo -, adesso e' il giorno della salvezza" (8). Questo e' il tempo della conversione, quello sara' il tempo della ricompensa; questo e' il tempo della pazienza, quello sara' il tempo della consolazione.

6. Adesso Dio viene in aiuto a chi torna indietro dalla cattiva strada, allora sara' scrutatore tremendo e inflessibile delle azioni, delle parole e dei pensieri umani. Adesso godiamo della sua longanimita', allora conosceremo i suoi giudizi, quando risorgeremo, gli uni per una punizione eterna, gli altri per la vita eterna (9), e ciascuno ricevera' la ricompensa secondo il proprio agire (10).

7. A quale tempo rimandiamo l’obbedienza dovuta a Cristo, che ci ha chiamati al Suo regno celeste? Non ci decideremo a scrollare via l’ubriachezza? Non richiameremo noi stessi dalla vita consueta all'esatta osservanza del Vangelo?

8. Non ci metteremo davanti agli occhi quel giorno del Signore tremendo e a tutti manifesto (11), quando il regno dei cieli accogliera' quanti si avvicinano alla destra del Signore per mezzo delle loro azioni, mentre la geenna di fuoco e una tenebra eterna inghiottiranno coloro che, per mancanza di opere buone, si troveranno rigettati alla sua sinistra? "Li', e' detto, sara' pianto e stridore di denti"  (12).

9. Noi diciamo, si', di desiderare il regno dei cieli, ma non ci diamo pensiero di una vita mediante la quale e' possibile ottenerlo; anzi, senza accettare di sostenere alcuna fatica per adempiere il comando del Signore, nella stoltezza della nostra mente supponiamo di ottenere gli stessi onori di coloro che si sono opposti al peccato resistendo fino alla morte (13).

10. Chi mai, quando arriva la stagione della mietitura, riesce a riempirsi il grembo di manipoli se al tempo della seminagione se ne resta in casa seduto o a dormire? Chi mai puo' vendemmiare in una vigna che non sia stata da lui piantata e lavorata? A quelli che hanno faticato spettano i frutti; gli onori e le corone appartengono ai vincitori. Chi mai incorona l'atleta che non si e' neppure spogliato per lottare contro l’avversario? E non bisogna solo vincere, ma anche gareggiare correttamente, secondo l’Apostolo (14).

11. Cio' vuol dire non trascurare neanche una cosa minima tra quelle che sono state comandate e compiere invece ciascuna cosa come ci e' stato ordinato. "Beato - e' detto infatti - quel servo che il Signore, venendo, trovera' ad operare" (15) non in un modo qualsiasi, ma cosi' come deve; e "se presenti l'offerta come si conviene, ma non dividi come si conviene, hai peccato" (16).

12. Noi invece, presumendo di aver adempiuto un solo comandamento, non ci rendiamo conto che dobbiamo attenderci l'ira di Dio per quanto abbiamo trascurato, ma per giunta ci aspettiamo gli onori dovuti al nostro preteso successo. E dico "presumendo di aver adempiuto", non "avendo adempiuto", perche' i comandamenti, secondo il sano scopo di tutto il discorso, sono legati l’uno all’altro, cosicche' violandone uno si violano insieme, di necessita', anche tutti gli altri.

13. Chi, di dieci talenti ricevuti in deposito (17), ne trattiene uno o due e restituisce gli altri, non e' affatto considerato generoso per via della restituzione della maggior parte, ma e' sbugiardato come ingiusto e prepotente per via della sottrazione della parte minore.

14. Ma che dico "per via della sottrazione", quando colui al quale era stato affidato un solo talento, e che poi restitui' intero e intatto quanto aveva ricevuto, viene condannato perche' non aveva fatto fruttare il talento a lui dato?

15. Se uno onora suo padre per dieci anni, ma alla fine lo percuote anche con un solo colpo, non viene onorato come benefattore, ma viene condannato come parricida. "Andate - dice il Signore -, fate discepole tutte le genti insegnando loro" (18) non ad osservare alcune cose e a trascurarne altre, ma "ad osservare tutto quello che vi ho comandato" (19).

16. Anche l’Apostolo, di conseguenza, scrive: "Non dando in nulla alcun inciampo, perche' non venga biasimato il ministero, ma in ogni circostanza presentando voi stessi come ministri di Dio" (20). Se per ottenere la salvezza non fossero stati necessari tutti i comandamenti, essi non sarebbero neppure stati scritti tutti quanti e non sarebbe stata proclamata come una necessita' quella di osservarli tutti.

17. Che giovamento trarrei dal successo nell'osservare gli altri comandamenti, se poi, chiamando "stolto" il fratello, risultero' meritevole della geenna? (21) Che giovamento trae dalla liberta' dalla dipendenza da molte cose uno che poi e' tenuto in schiavitu' anche da una sola? "Chi fa il peccato – e' detto infatti - e' schiavo del peccato" (22) Che guadagno ricava dall'immunita' da molte malattie chi ha il corpo distrutto anche da una sola?

18. Dunque, potrebbe dire qualcuno, la massa dei cristiani che non osserva tutti i comandamenti, non avra' alcun vantaggio dall’osservanza di alcuni? A questo proposito e' bene ricordare il beato Pietro, lui che dopo tanti successi, dopo tali proclamazioni di beatitudine, per una cosa sola si senti' dire: "Se non ti lavo, non hai parte con me"  (23). Ometto peraltro di dire che nemmeno in quella occasione intendeva mostrare trascuratezza o disprezzo, anzi, quella era espressione di onore e di venerazione.

19. "Ma - potrebbe obiettare qualcuno -, non e' forse scritto: ‘Chiunque invochera' il nome del Signore sara' salvato’? (24) Sicche', basta anche questa semplice invocazione del nome del Signore a salvare chi lo invoca". L'obiettore, pero', ascolti anche l’Apostolo, che dice: "Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto?"  (25). E, se sei credente, ascolta il Signore, che dice: "Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore!’ entrera' nel regno dei cieli, ma chi fa la volonta' del Padre mio che e' nei cieli" (26).

20. Quindi, anche chi compie la volonta' di Dio, ma non come vuole Dio, e non la fa nella disposizione richiesta dall’amore per Dio, non riceve alcun giovamento dal suo impegno nell’azione, secondo la parola dello stesso Signore nostro Gesu' Cristo, che ha detto: "Lo fanno per essere guardati dagli uomini (27): in verita' vi dico, hanno gia' la loro ricompensa" (28). E da questo l'apostolo Paolo fu educato a dire: "Se anche dessi in elemosina tutto cio' che ho, e se consegnassi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi l'amore, a nulla mi giova" (29).

21. Insomma, rispetto all'imprescindibile necessita' dell’obbedienza, io constato le tre seguenti disposizioni. O ci allontaniamo dal male per paura della punizione, e allora siamo nella disposizione dello schiavo; oppure perseguiamo il guadagno prodotto dalla ricompensa e adempiamo gli ordini per il nostro proprio vantaggio, e allora in questo siamo simili a mercenari; o, infine, agiamo per il bene stesso e per amore verso Colui che ci ha dato la legge, con gioia, perche' siamo stati considerati degni di servire un Dio cosi' glorioso e cosi' buono, e allora siamo nella disposizione d’animo di figli.

22. Certamente, dunque, non avverra' che chi compie i comandamenti con timore e tiene sempre presente la punizione dovuta alla trascuratezza, alcune delle cose a lui ordinate le faccia ed altre ne tralasci, ma pensera' che sia in ugual misura temibile per lui la sanzione imposta ad ogni disobbedienza.

23. E per questo viene chiamato beato chi prova per ogni cosa un santo timore (30); egli sta saldo nella verita' e puo' dire: "Vedevo sempre innanzi a me il Signore, poiche' e' alla mia destra, perche' io non vacilli" (31) - e questo perche' ha deciso di non trascurare nessuno dei suoi doveri; e anche: "Beato l'uomo che teme il Signore" - (32). Perche'? Perche' "nei suoi comandamenti si compiacera' grandemente" (33).

24. Non e' dunque un comportamento adatto a chi sente timore quello di tralasciare qualche comando o di eseguirlo alla meno peggio; ma neppure il mercenario decidera' di trasgredire qualche disposizione datagli.

25. Come potra', infatti, riscuotere il compenso del suo lavoro nella vigna se non ha adempiuto tutti gli accordi? In realta', anche se tralascia uno solo dei lavori necessari, egli ha reso la vigna inutilizzabile per il padrone. Chi dunque a chi gli ha fatto un torto paghera' per giunta anche un compenso per il danno subito?

26. Terzo era il servizio reso all'amore. Quale figlio, che abbia per scopo di compiacere suo padre, lo rallegrera' nelle cose piu' importanti e decidera' invece di rattristarlo per quisquilie? Tanto piu' se tiene a mente le parole dell’Apostolo: "E non rattristate lo Spirito Santo di Dio, nel quale avete ricevuto il sigillo" (34).

27. E allora, quelli che trasgrediscono la maggior parte dei comandamenti, in quale categoria vogliono situarsi? Non servono Dio come un padre, non gli obbediscono come ad uno che promette grande ricompensa, non lo servono come un padrone. "Se io sono padre - dice infatti -,dov’e' la gloria che mi spetta? Se sono Signore, io, dov’e' il timore a me dovuto?" (35). "Chi teme il Signore, molto si compiacera' dei suoi comandamenti" (36), mentre "con la trasgressione della legge tu disonori Dio" (37).

28. Se dunque preferiamo una vita di piacere a quella conforme ai comandamenti, come possiamo supporre che ci venga data una vita beata, la concittadinanza con i santi e la gioia condivisa con gli angeli al cospetto di Cristo? Tali fantasticherie sono davvero degne di una mente infantile.

29. Come potro' stare in compagnia di Giobbe, io che non ho accolto con gratitudine nemmeno una qualunque afflizione? (38) O di David, io che non sono stato magnanimo col nemico? (39) O di Daniele, io che non ho ricercato Dio con astinenza prolungata e con faticose suppliche? (40) O di ciascuno dei santi, io che non ho camminato sulle loro orme? Quale giudice di gara e' cosi' scriteriato da assegnare la stessa corona al vincitore e a colui che non ha neppure gareggiato? Quale generale ha mai chiamato a spartire il bottino, alla pari con i vincitori, coloro che in battaglia non hanno fatto nemmeno una comparsa?

30. Buono, si, e' Dio, ma anche giusto. Ed e' caratteristica di chi e' giusto rendere secondo il merito, come e' scritto: "Sii buono, Signore, con i buoni e con i retti di cuore; ma quelli che deviano verso i sentieri storti il Signore li portera' via insieme agli operatori d’iniquita'" (41).

31. Egli e' misericordioso, si', ma anche giudice: "Il Signore - e' detto - ama misericordia e giudizio" (42). Percio' aggiunge: "Misericordia e giudizio cantero' a te, Signore" (43).

32. Abbiamo anche imparato chi sono coloro ai quali e' riservata la misericordia: "Beati i misericordiosi, perche' riceveranno a loro volta misericordia" (44).

33. Vedi bene, dunque, come Dio fa uso della misericordia con un giudizio differenziato: Egli non usa misericordia senza giudicare e non giudica senza misericordia: "Misericordioso e' il Signore e giusto" (45). Non facciamoci, quindi, un’idea di Dio a meta', e non prendiamo il suo amore per l’uomo come pretesto per la nostra trascuratezza.

34. I tuoni (46) e i fulmini ci sono proprio perche' la sua bonta' non abbia ad essere disprezzata. Colui che fa sorgere il sole (47) condanna anche la cecita' volontaria (48). Colui che concede la pioggia (49), fa anche piovere fuoco (50). Quelli sono segni della sua generosita', questi della sua severita'; o amiamolo per quelli, o temiamolo per questi, perche' non debba essere detto anche a noi: "O forse tu disprezzi la ricchezza della sua generosita', della sua pazienza, della sua longanimita', ignorando che la bonta' di Dio intende condurti a conversione? Nella tua durezza e col tuo cuore impenitente tu accumuli per te stesso la sua ira nel giorno dell'ira" (51).

35. Non e' quindi possibile salvarsi senza fare le opere conformi al comandamento di Dio, e non e' cosa esente da pericolo tralasciare qualcuno dei suoi ordini, giacche' e' terribile presunzione impancarci noialtri come giudici del legislatore e, delle sue leggi, approvarne alcune e lasciar perdere le altre. Percio', dunque, noi che siamo i lottatori della pieta', noi che abbiamo apprezzato la vita quieta e libera da affanni come strumento prezioso per l’osservanza dei precetti evangelici, proponiamoci un intento ed una decisione comuni, perche' nessuno dei comandi ricevuti abbia a sfuggirci.

36. Se l’uomo di Dio deve essere perfetto, come e' scritto (52) e come la precedente trattazione ha dimostrato, e' assolutamente necessario che egli si purifichi attraverso l’osservanza di ogni comandamento, fino a giungere alla misura della pienezza di Cristo" (53), poiche', sempre secondo la legge divina (54), una vittima mutilata, anche se e' pura, non e' accetta come sacrificio a Dio.

37. Ognuno quindi proponga alla ricerca comune cio' di cui crede di aver bisogno, poiche' nella laboriosa indagine di parecchie persone si puo' scoprire piu' facilmente quanto e' nascosto: e' chiaro che, secondo la promessa del Signore nostro Gesu' Cristo, Dio ci fa la grazia di trovare quello che cerchiamo, poiche' e' lo Spirito Santo che ce lo insegna e ce lo richiama alla memoria (55).

38. A me, dunque, incombe l’obbligo di annunciare – e guai a me se non lo facessi (56); ma ugualmente anche per voi c'e' lo stesso rischio, se vi lasciate andare alla trascuratezza nella ricerca o se vi abbandonate all’inerzia e alla fiacchezza al riguardo dell’osservanza delle consegne e dell’adempimento delle opere.

39. Percio' il Signore dice: "La parola che vi ho dato, sara' essa a giudicarvi nell'ultimo giorno" (57), e: "Il servo che non conosceva la volonta' del suo padrone, ma ha fatto cose meritevoli di percosse, ricevera' poche percosse; quello invece che, pur conoscendola, non l’ha fatta e non si e' conformato alla sua volonta', ne ricevera' molte" (58). Preghiamo dunque perche' a me sia concesso di essere un amministratore irreprensibile della Parola e per voi l’insegnamento sia fruttuoso.

40. Sappiamo percio' che le parole della Scrittura divinamente ispirata ci fronteggeranno davanti al tribunale di Cristo – "Ti accusero' e ti rinfaccero' i tuoi peccati" (59) -; allo stesso modo stiamo attenti con vigilanza a quanto ci viene detto, ed affrettiamoci seriamente a porre in atto gli insegnamenti divini, perche' non sappiamo in quale giorno o in quale ora il Signore nostro viene (60).
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1 Cfr. 1Cor 9,16
2 At 20,31.
3 Cfr. Lc 12,42.
4 Cfr. Mt 13,23.
5 Cfr. Tt 2,14.
6 Cfr. Lc 12,20.
7 Cfr. Mt 22,12.
8 Cfr. 2Cor 6,2.
9 Cfr. Mt 25,46.
10 Cfr. Mt 16,27.
11 Cfr. Gal 2,11.
12 Cfr. Mt 25,30.
13 Cfr. Eb 12,4.
14 Cfr. 2Tm 2,5.
15 Lc 12,43.
16 Gen 4,7.
17 Cfr. Mt 25,15.
18 Mt 28,19.
19 Mt 28,20.
20 2Cor 6,3-4.
21 Cfr. Mt 5,22.
22 Gv 8,34.
23 Gv 13,8.
24 Rm 10,13 (Gl 2,32).
25 Rm 10,14.
26 Mt 7,21.
27 Mt 23,5.
28 Mt 6,5.
29 1Cor 13,3.
30 Cfr. Pr 28,14.
31 Sal 15,8.
32 Sal 111,1.
33 Sal 111,1.
34 Ef 4,30.
35 Ml 1,6.
36 Sal 111,1.
37 Rm 2,23.
38 Cfr. Gb 1,21-22.
39 Cfr. 1Sam 24,4-16.
40 Cfr. Dn 9,3.
41 Sal 124,4-5.
42 Sal 32,5.
43 Sal 100,1.
44 Mt 5,7.
45 Sal 114,5.
46 Cfr. Ap 10,3.
47 Cfr. Mt 5,45.
48 Cfr. 2Re 6,18.
49 Cfr. Zc 10,1.
50 Cfr. Gen 19,24.
51 Rm 2,4-5.
52 Cfr. Col 1,28; Ef 4,13.
53 Ef 4,13.
54 Cfr. Lv 22,17-25.
55 Cfr. Gv 14,26.
56 Cfr. 1Cor 9,16.
57 Gv 12,48.
58 Lc 12,47-48.
59 Sal 49,21.
60 Mt 24,42.

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